martedì 5 aprile 2011

Claude Monet, «Mon Histoire»

Voglio dipingere l'aria nella quale si trovano il ponte, la casa, il battello. La bellezza dell'aria in cui sono, e la cosa è non meno che impossibile. Oh, se potessi contentarmi del possibile!



Leggere gli scritti degli artisti è sempre molto istruttivo e interessante, poichè quasi sempre aiuta a definire e completare perfettamente la visione delle opere prese in esame, che osserviamo spesso superficialmente; gli storici dell'arte hanno individuato alcuni tipi di analisi fondamentali per questa comprensione totale, basati sui seguenti elementi: iconografia (metodo descrittivo), iconologia (metodo connotativo), elementi formali (colore, linee, forme, spazio e stile), profilo culturale e artistico (in riferimento all'artista) e contesto storico-sociale (in riferimento all'artista, all'opera e al committente). Questa raccolta di scritti di/su Monet è, per l'appunto, fondamentale per dare il giusto peso a questo personaggio, padre di una delle correnti di arte moderna più amata nel mondo; dirà lui stesso: io solo posso conoscere le mie inquietudini e il male che mi procuro per finire tele che non soddisfano neppure me stesso. Evitiamo fraintendimenti e fantasie, e diamo spazio alla voce stessa degli autori!

Mon Histoire è il testo dell'intervista, pubblicata su "Le Temps" (Parigi, 26 Novembre 1900), che Claude Monet rilasciò a Françoise Thiébault-Sisson in occasione della sua esposizione parigina presso la galleria di Durand-Ruel. Il libro si apre con quest'intervista dove Monet racconta in poche pagine l'evoluzione della sua vita, tra il privato e il professionale, la nascita della sua passione, il raggiungimento della sua fortuna, ma soprattutto gli insegnamenti dei suoi maestri, quali Boudin e Jongkind fra tutti.

I Pensieri, al seguito, sono la parte più interessante del libro. Attraverso le sue parole tratte da lettere inviate ad amici e parenti (Renoir, Bazille, Durand-Ruel, Alice Hoschedé, Geffroy), mostra la parte forse più sconosciuta della sua figura, quale l'animo ossessionato e tormentato dietro la sua pittura. Come si suol dire, l'uomo prima del mito.

Non dormo più per colpa loro. Di notte sono ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare. Mi alzo al mattino piegato dalla fatica. L'alba mi ridona coraggio, ma l'ansia torna non appena varco la soglia dello studio. Dipingere è così difficile e torturante. Lo scorso autunno ho bruciato sei tele insieme alle foglie morte del mio giardino. Ce n'è abbastanza per far perdere la speranza. Ciò nonostante non vorrei morire prima di aver detto tutto quello che avevo da dire o, almeno, di aver tentato di dirlo. E i miei giorni sono contati... Domani, forse...


Lo stile di Monet non è solo una dichiarazione artistica altamente poetica, come siamo soliti leggerla e valutarla, ma è una vera e propria sfida, un impegno che si rinnova ostinatamente ogni volta che posiziona il cavalletto davanti all'imprevedibile e affascinante spettacolo della natura. Una vita totalmente consacrata alla pittura, ogni giorno è la scoperta di qualcosa di nuovo che ancora non era riuscito a vedere, è una vita ossessionata da essa e piena di insoddisfazioni per il suo stesso lavoro, che lo fa stare sveglio dalle 4 del mattino, sgobbare tutta la giornata e arrivare la sera distrutto dalla fatica al punto di aver dimenticato tutti i miei doveri non pensando ad altro che al lavoro ho intrapreso, distruggere decine di tele ogni giorno, ma di esserne allo stesso tempo felice perchè grazie al lavoro, unica consolazione, tutto va bene. La ricerca della luce e la rappresentazione dell'atmosfera, in primis, sono gli elementi cardine della sua "poetica", osservati e tanto ammirati con la sua famosissima tecnica di pittura en plein air (all'aria aperta).


Mi sforzo e lotto con il sole. E che sole, qui! Bisognerebbe dipingere con l'oro e con le gemme.

Sono decisamente rattristato, c'è un tempo spaventoso, è impossibile lavorare fuori. Ho voluto provare stamani e sono riuscito solo ad inzupparmi di pioggia. C'è una tempesta terribile. Il mare si è alzato così tanto da fare gravi danni e tutte le barche che avevo cominciato sono a soqquadro, nessuna è più al suo posto. Non so se riuscirò a finire anche una sola cosa. Mi fa rabbia e mi dispiace. Ho cominciato molte cose dalla mia finestra nel caso in cui la tempesta perduri.

Ho ripreso cose impossibili da fare: dell'acqua con dell'erba che ondeggia sul fondo..è mirabile a vedersi, ma fa impazzire volerla rendere. E io mi ostino sempre in imprese simili.

Lavoro con una lentezza esasperante, ma più avanzo e più vedo che occorre molto lavoro per arrivare a rendere quel che certo: "l'istantaneità", soprattutto l'involucro, la stessa luce sparsa su tutto, e più che mai mi disgustano le cose facili che vengono di getto.



Dal 1902 la vista ormai comincia ad abbandonarlo e la morte del figlio lo getta in uno stato di disperazione, il tutto corniciato dalla solita insoddisfazione per il suo lavoro che lo prostra totalmente. Nonostante tutto però, a settantaquattro anni, inizia il suo ultimo e monumentale progetto. Si fa sistemare sulle pareti dell'atelier dodici tele (ciascuna di due metri di altezza e quattro di lunghezza), e per più di dieci anni lavora a quello che potremmo tranquillamente definire il suo testamento artistico e spirituale: le Ninfee. Solo la morte saprà fermarlo dal suo sogno. Questa serie di tele conta ben 250 esemplari, fu eseguita per rappresentare piccoli angoli del suo personale paradiso terrestre, un bacino d'acqua da lui stesso creato di circa duecento metri di circonferenza, alimentato da un braccio del fiume Epte; è bordato di iris e di piante acquatiche diverse in una cornice di alberi, in cui dominano i pioppi e i salici. Quel luogo fiabesco sorge nel suo amato paesino di Giverny.


Ho dipinto un infinità di ninfee, cambiando sempre punto d'osservazione, modificandole a seconda delle stagioni e adattandole ai diversi effetti di luce che il loro mutare crea. E l'effetto cambia incessantemente, non soltanto da una stagione all'altra, ma anche da un istante all'altro. [...] Per ricavare qualcosa da questo continuo mutare bisogna avere cinque o sei tele sulle quali lavorare contemporaneamente e bisogna spostarsi dall'una all'altra tornando rapidamente alla prima, non appena l'effetto interrotto riappare.

La terzultima sezione del libro comprende le Testimonianze di personaggi illustri del tempo, che hanno avuto l'occasione (e per molti si parla anche di piacere e onore) di conoscerlo personalmente o comunque di entrare a contatto con la sua arte:


Non potete immaginare che sollievo sia poter ammirare qualcosa, quando sei stanco di ridere a crepapelle o di scrollare le spalle. Non conosco Monsier Monet, non credo neppure di aver mai visto una sua tela, tuttavia mi sento quasi come un suo vecchio amico e questo perchè la sua pittura rigurgita di energia e di verità.


Emile Zola

Quando si guarda con attenzione una serie di quadri di Claude Monet si prova una certa paura; sembra di trovarsi in presenza delle creazioni di un dio, ed è vero. Il procedimento sembra fotografico; ma, in questo lampo, il genio ha collaborato con l'occhio e la mano, per cui l'istantanea è un'opera personale, di un'assoluta originalità; non è né uno schizzo né un abbozzo, né uno studio, ma un poema stupendo e compiuto.

Remy de Gourmont




Il motivo è per me insignificante; quel che voglio riprodurre è quanto c'è tra il motivo e me.

2 commenti:

  1. Veramente ben fatto!
    E che musica meravigliosa hai messo di sottofondo...

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  2. Grazie Simo cara, sono contento che ti piaccia :) grazie anche per l'apprezzamento alla musica, non riuscivo ad immaginare niente di diverso in questo spazio..la musica dell'anima, la trovo stupenda!

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